9. Sicurezza

Al momento, i principali problemi di sicurezza avvertiti dalla popolazione sono la criminalità e l’immigrazione.

La criminalità nostrana, infatti, si è incrementata notevolmente con l’apporto di varie mafie e con l’arrivo, in particolare dal Nord-Africa, di spacciatori sostenuti da potenti reti organizzative, nonché di gang criminali, queste ultime provenienti sia dall’Africa che dai paesi dell’est.

A ciò si aggiunge la piccola criminalità costituita da varia umanità, in particolare da immigrati allo sbando, che compiono furti e scippi. Forti problematiche sono inoltre connesse ai campi nomadi che, inoltre, costituiscono un serio degrado urbano e che andrebbero sgomberati.

Uno degli aspetti più spinosi è dunque l’accoglienza ai migranti, problema che va gestito con chiarezza e decisione tenendo contestualmente conto della normativa in materia.  Se infatti non è possibile mantenere posizioni troppo dure e, soprattutto, di rifiuto a priori, d’altro canto risulta estremamente difficile ipotizzare di accettare “tutti”, sia per i notevoli costi, sia per questioni di ordine pubblico, sia perché comunque un’accoglienza indiscriminata non è certamente la soluzione migliore (si rischierebbe di ingolfare welfare, lavoro e occupazione creando una situazione di totale invivibilità per tutti, emigrati compresi).

Le uniche vie al momento ipotizzabili sono due, da utilizzarsi entrambe in sinergia fra di loro:

A) distinzione fra profughi e clandestini;
B) integrazione.

Relativamente al punto A, è chiaro che occorre fare una netta demarcazione fra profughi e clandestini. Se i primi vanno comunque accolti per un forte senso di umanità, per i secondi è necessario attivare tutte le procedure che ne rendano possibile l’espulsione.

Relativamente al punto B, il discorso è più complesso. Ovviamente, a nessuno sfugge che un percorso di integrazione si basi su un ampio lavoro culturale ed ogni operazione che agisca sulla cultura dei popoli richiede molti decenni: si dovrà per questo iniziare, seppure i frutti si avranno con le prossime generazioni. È infatti assolutamente irrealistico pensare sia di fermare questa epocale ondata migratoria, sia di ipotizzare di rispedirli tutti indietro: allo stato delle cose — e in totale assenza di politiche europee — si può solo cercare di gestire al meglio il problema.

Al fine di valutare come procedere nel processo di integrazione, si è focalizzata l’attenzione sull’operato dei Centri di accoglienza, in cui si notano vistose carenze sotto il profilo gestionale in genere ed “educativo” in particolare. Per le strade, infatti, si notano frotte di immigrati allo sbando, tenuti in totale inattività, non istruiti né sulla nostra lingua, né sulle nostre leggi o sulla nostra cultura e che, col procedere del tempo, possono non solo delinquere ma cominciare anche a nutrire nei nostri confronti astio che può ben presto degenerare in odio.

Questo è il problema già visto negli ultimi decenni in Paesi di tradizione coloniale che hanno avuto prima di noi questo problema (come le banlieue parigine) e recentemente in episodi significativi (ad es. notte di Capodanno a Colonia, quando molte ragazze hanno riferito di aver notato grande risentimento da parte dei molestatori nei loro confronti e che quindi hanno individuato in tale risentimento uno dei motivi delle molestie).

A questi pericolosi sentimenti (la disperazione, la ghettizzazione, il sentirsi “esclusi”, l’essere trattati con diffidenza, ecc.) si aggiunge un serio problema, costituito dal fatto che buona parte degli immigrati è di culto islamico, religione che presta adito ad interpretazioni diverse fra integralisti e moderati, fra sciiti e sunniti, per cui da parte nostra non si può agire su un terreno culturale omogeneo. Al contrario, il tessuto culturale e religioso è frammentato e diversificato.

La Sinistra fino ad ora ha parlato di processo culturale e di necessità di integrazione ma non ha mai dato il via ad un vero e proprio lavoro di questo tipo, e l’inattività nei centri di accoglienza a cui si è accennato prima ne è la palese dimostrazione. In alcuni paesi o piccole città qualche sindaco ha inserito immigrati in operazioni quali: pulizia delle strade, raccolta rifiuti e lavori socialmente utili. Lo si potrebbe fare anche a Bologna, con un vero e proprio piano strategico di integrazione, con corsi di lingua e di cultura (anche giuridica) italiana ed europea in genere. Il tutto, per non gravare sul bilancio del Comune, andrebbe realizzato coinvolgendo le associazioni di volontariato.

Tuttavia, senza una adeguata visione e senza un piano di ampio respiro chiaro e comprensibile nel suo sviluppo, si possono fare solo operazioni “a spot“, che non servirebbero a nulla se non a disilludere sempre di più un elettorato ormai disincantato e fortemente avverso alla politica.

Inoltre, nell’eventuale progetto di inserimento dei migranti in lavori socialmente utili, grande attenzione va data ai disoccupati bolognesi che potrebbero insorgere reclamando per sé il lavoro. D’altronde, il fenomeno è già entrato nella Sanità (dove buona parte degli inservienti è di nazionalità straniera), nelle cooperative di pulizia (dove molte donne sono straniere) e in tanti altri settori di lavori cosiddetti umili che, fondamentalmente, sono rifiutati da gran parte degli italiani.

Si dovrà quindi procedere con equilibrio e cautela, ma qualcosa dovrà comunque essere fatto in tal senso: non possiamo continuare a tenere masse allo sbaraglio e proiettate verso la delinquenza. In particolare, si deve fare attenzione a non concentrare masse di migranti, rovinando così interi quartieri (sia centrali, sia periferici, sia nei paesi che rientrano nella città metropolitana), fatto attualmente molto diffuso in funzione dell’utilizzo selvaggio di caserme e/o di vari edifici dismessi per ospitare i migranti.

Anche il problema moschee va affrontato con grande determinazione. Recentemente, il progetto del nuovo Mega-Consolato marocchino a Borgo Panigale ha portato in ulteriore evidenza questo problema. La Costituzione sancisce il diritto di culto e l’ultima sentenza della magistratura ha avallato ciò. Non solo, ma l’attuale normativa di legge prevede che il problema non sia affidato alle autorità locali, bensì a quelle centrali. Questo comunque non significa che si debba permettere la costruzione indiscriminata di moschee, e che non sia necessario attivarsi per tutti i necessari controlli.

Si rimarca inoltre l’importanza di una chiara comunicazione ai cittadini finalizzata a trasmettere l’assoluta certezza che l’integrazione non andrà mai a discapito delle nostre tradizioni e che quindi il nostro patrimonio consolidato resterà un punto fermo.

Forze dell’ordine

Le Forze dell’ordine che operano sui vari territori sono di diversi tipi (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza…). Gli organici non sono particolarmente nutriti — anzi, sono ridotti all’osso — e anche le disponibilità economiche sono scarse: occorre pertanto un vero e proprio piano strategico per far fronte al problema sicurezza.

Infatti, sempre più spesso la Polizia Locale è chiamata ad integrare le altre Forze dell’ordine, svolgendo di fatto gli stessi servizi con l’unica limitazione della territorialità. È necessario pertanto un adeguamento degli organici, delle forniture, dell’aggiornamento professionale (interforze) e delle regole di ingaggio anche a questi tipi di servizio, che vengono richiesti dal Questore e riconosciuti come servizi di Ordine Pubblico a tutti gli effetti: questo al fine di consentire che i vari Corpi collaborino meglio fra loro.

Infine nei Quartieri si potrebbe istituire una Commissione Permanente sulla sicurezza, in sinergia con un responsabile nominato dal Comune a livello politico, con riunioni almeno semestrali per fare il punto sulla situazione.

La sicurezza negli esercizi commerciali e nelle abitazioni private

Negli ultimi tempi, l’aspetto di sicurezza all’interno delle abitazioni private e negli esercizi commerciali ha avuto grande importanza ed attualità. Enorme – nonché quotidiana – è la risonanza sui media, in particolare dopo i tanti episodi di cittadini esasperati che, per difendersi, hanno addirittura usato armi da fuoco. Il problema, dunque, sta diventando anche di tipo etico e, come tale, è trasversale ai partiti collocandosi soprattutto nelle coscienze dei singoli individui.

È chiaro che un consorzio civile non può approvare la sempre più ampia diffusione di armi da fuoco in dotazione ai cittadini anche se, contestualmente, non li si può certo lasciare in balìa di rapinatori senza scrupoli e che spesso entrano armati nelle case e negli esercizi pubblici. In ogni caso, al di là delle minacce alle persone, è inaccettabile lasciare la popolazione inerme di fronte al furto dei beni posseduti, frutto di anni di lavoro e la cui perdita è traumatica sia in relazione ai beni stessi, sia dal punto di vista psicologico.

L’eventuale modifica delle leggi in materia di sicurezza e di legittima difesa non rientra nelle competenze delle amministrazioni locali, che devono limitarsi a garantire al meglio al sicurezza ai cittadini tramite una serie di iniziative mirate, quali, ad esempio:

A) Sgravi fiscali — o il pagamento di una quota da parte del Comune — per privati o aziende che installino un impianto di videosorveglianza ed acconsentano per iscritto all’acquisizione automatica, da parte della Questura, delle immagini esterne ai fabbricati di competenza. Allo stato attuale, infatti, la Questura ha una rete di telecamere che però si ferma al di fuori delle mura, mentre quella del Comune si limita a Piazza Maggiore e dintorni in un raggio che non arriva alle Due Torri.

Questo progetto potrebbe essere realizzato prevedendo una sorta di modello Stadio con una Centrale operativa dove alcuni operatori interforze visionano, a turno e in tempo reale, le immagini provenienti da questi circuiti privati (in alcuni territori della Provincia questo viene già fatto, come ad esempio nell’Unione Reno-Galliera)

B) In merito al problema delle ronde o sorveglianze da parte di privati cittadini è bene approvare tali soluzioni solo nel caso in cui si utilizzi personale specializzato debitamente formato, con relativo Patentino rilasciato da un apposito albo, come peraltro avviene nel settore investigativo; il tutto ovviamente sotto il controllo e la regolamentazione delle Forze dell’Ordine.

A questo punto, appare chiaro che il problema della sicurezza va collegato al concetto di sussidiarietà, per far sentire i cittadini parte attiva e non soltanto “sorvegliati speciali”, fatto che indurrebbe ulteriori disagi come quello della delicata questione della privacy. La sussidiarietà nella sicurezza è dunque un modo sia per evitare un crollo di civiltà dovuto alla diffusione del concetto di una “giustizia fai da te”, sia per incentivare forme di aggregazione per la sorveglianza attiva del territorio.

Proprio da questa aggregazione possono nascere altre soluzioni per affrontare il problema: si propongono dunque aiuti e incentivazioni, come ad esempio l’accesso gratuito alla rete internet nel caso di adesione a Social Street e momenti di animazione e condivisione di avvenimenti sociali via per via che non siano solo sterili e fugaci feste e notti bianche, ma che migliorino le dinamiche sociali tra i residenti, responsabilizzati per migliorare la cosa pubblica.

Tutto questo si può realizzare, ad esempio, con comitati di via o di zona su tematiche ben precise e costruttive, ma è evidente che anche la sola necessità di sorridere e far festa è importante, per socializzare stemperando le tensioni sociali e, quindi, facendo sicurezza.

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